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Clochard
di Sagitta
La palma tesa, il viso volto in alto
le guance rosse e gli occhi semichiusi.
Steso sul marciapiede, duro asfalto,
sorseggi spicchi d’un avaro sole.
Avvolto nel pastrano stazzonato
e sudicio d’inverni sul selciato
ridi sognando, ebete, ubriaco.
Chi t’ha ridotto in questo estremo stato,
che male t’ha colpito, qual sventura
ti ha messo sulla sporca strada,
dimmi: perché sei rovinato?
Mi chino e guardo: rantoli e respiri,
è certo questo sonno ebbro e profondo.
Hai scelto l’incoscienza anche da desto,
hai rinunciato a interpretare il mondo.
Scelta deliberata o fu il destino
a cederti in balìa delle intemperie
pupazzo senza volontà, meschino…
o santo, inconscio e povero
solo per tuo volere?
Ti guardo e resto lì senza risposta
intanto un’ambulanza s’avvicina…
Qualcuno che con me faceva sosta
ti ha garantito un letto, stamattina.
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